Andrea Albanese, l’imprenditore che ama le (competenze delle) donne.

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Oggi è un giorno particolarmente importante per sukonna.org e per me, in particolare.

Immaginate di aver un punto di riferimento professionale nella vita; immaginate di aver conosciuto solo marginalmente questa persona, ma che nonostante questo vi abbia cambiato la vita; pensate, infine, di aver con questo uomo, con questo professionista un rapporto on line da anni, ma costruito solo su qualche like.

Dopo tanti anni, poi, pensate di aver trovato l’intraprendenza di contattarlo in via diretta su Facebook  – e dove, altrimenti! – e dopo qualche chat avergli chiesto di rilasciarvi un’intervista, ecco che adesso il quadro della mia “storia” con Andrea Albanese sarà perfettamente delineato.

Personalmente conoscevo Andrea da sempre, come tutti: Andrea Albanese è una forte personalità del web italiano e non solo, infatti. Il suo curriculum, impressionante, racconta una storia di successo, intraprendenza, di voglia di approfondimento, di duttilità professionale.

In ordine sparso Andrea è: Professore Universitario presso la IUVSE, ovviamente in comunicazione digitale, ideatore del SMMdayIT, senza dubbio l’evento più importante per tutti i social media marketer italiani, Linkedin specialist (nonché tra gli utenti più seguiti di in Italia sul social dedicato ai professionisti ed al mercato del lavoro), docente presso la Scuola di Formazione del Sole24 il principale quotidiano economico italiano, ideatore del Centro di Competenza Permanente sui Social e Digital; e questo a tacere della sua precedente e ricca esperienza professionale in campo non digitale che per mere ragioni di brevità non menzioneremo.

Ecco, adesso, perfino una faccia tosta come me, poteva avere delle perplessità a contattarlo per un’intervista, ma io l’ho fatto. Perché nella mia precedente vita da giornalista di carta stampa ho imparato una indiscutibile circostanza: più una persona è una vera personalità, tanto più sarà semplice e disponibile. Ed anche con Andrea questa regola non ha fallito.

Andrea Albanese ha accettato l’invito di Sukonna per un’intervista che, durata oltre un’ora e mezza al telefono, ha davvero spaziato in lungo ed in largo!

Oltretutto devo fare una prima notazione “di colore”: Andrea è incredibilmente una di quelle poche persone con le quali mi sia mai interfacciata a parlare più di me e, credetemi, anche questo è un titolo che potrebbe essere facilmente essere introdotto in un curriculum!

Ciao, Andrea e grazie di aver accettato questa mia richiesta di intervistarTi, come saprai sukonna.org è una ong che si occupa dell’empowerment femminile. Tu cosa pensi delle donne come professioniste della comunicazione digitale.

Cara Daniela, anzi cara Sukonna, per me un professionista è tale per le sue competenze e le sue capacità professionali. Quando devo collaborare con un professionista o, ancora di più, quando devo scegliere un collaboratore per la mia o per aziende di terzi, la questione del sesso di appartenenza per me è del tutto secondaria. Nella mia azienda, al momento, oltre me ci sono 10 persone assunte: due ragazzi, otto donne, ma questa composizione non è data da particolari esigenze o volendo seguire chissà quali criteri prestabiliti di equità e pari opportunità. Per me quelli sono criteri già obsoleti ed in ogni caso sottilmente discriminatori. Se però, sulla scorta della mia esperienza oramai pluridecennale e molto intensa – senza falsa modestia posso decisamente definirla così – nel settore della comunicazione digitale, mi dovessi esprimere in giudizi di valore sulle capacità femminili in questo ambito, non potrei che affermare questo. Per me è del tutto evidente che le capacità di una fruttuosa gestione e creazione di un rapporto empatico on line, sia spiccatamente femminile. Ed oltre a questo è per me del tutto evidente che siano principalmente le donne a saper creare engagement in modo più semplice, efficace e virtuoso, anche in termini della tanto temuta e discussa “conversione”.

 

Vuoi dire che secondo Te, Andrea, le donne sono maggiormente capaci di intercettare il cosiddetto “sentiment”?

Sì, intanto, ma in realtà non solo. La comunicazione on line è fatta da un insieme di fattori multipli e tutti di pari importanza ai miei occhi, sia come datore di lavoro, sia come consulente, sia, infine, anche come fruitore dei social, quale anche io, naturalmente sono. I Social Media sono conversazione, community management, sono creatività non solo per quello che riguarda la creazione del contenuto scritto, ma anche dal punto di vista dalla grafica, coinvolgono un certo gusto estetico e stilistico che per la mia esperienza io ho rinvenuto molto più spesso nelle donne. Che, di media, sono più accurate, più attente al dettaglio, più diplomatiche, certo, ma anche già incisive quando si tratti di rispondere a tono ad una situazione spinosa, o, che so, a critiche pretestuose. Sono migliori, insomma, a mio parere, anche nella gestione delle crisi comunicative o di reputazione on line. Credo, inoltre, che tutte queste nuove prospettive professionali possano essere massimamente utili per le donne ed in generale per tutte le categorie che nel passato, ma ahimè anche nel presente sono state ghettizzate dal “mondo del lavoro”.

 

In che senso, puoi dirmi qualcosa di più sul punto?

Certo. Dunque questo tipo di professione non implica necessariamente o, in ogni caso non quotidianamente, la presenza fisica sul luogo di lavoro o in un luogo specifico tout court. Per tanto può essere agevolmente svolto da remoto, anche abitualmente da casa. Questo chiaramente è un’ottima chance per chi, ad esempio, abbia da poco avuto figli, o per chi abbia interesse – di qualunque sesso il lavoratore sia – di occuparsi direttamente della propria famiglia. A mio parere, infatti, quando in una famiglia abbiamo entrambi i genitori lavoratori, che so a tempo fisso 8 ore al giorno per 5 giorni a settimana, creiamo una situazione di svantaggio non solo per il genitore che nella nostra mentalità e chiamato alla gestione della famiglia (che in Italia è indubbiamente e monoliticamente ancora la mamma), ma proprio per la famiglia stessa.

Mi spiego: se si hanno questi ritmi di lavoro e come molti si vive ai margini di una grande città, come oramai sempre più spesso accade anche da noi, ai tempi di lavoro che sopra ipotizzavo, dobbiamo aggiungere anche quelli per raggiungere il luogo di lavoro. Così, facilmente, si arriva anche a 12 ore di lontananza da casa per cinque giorni su sette alla settimana, senza considerare eventuali straordinari, oramai usuali per qualsiasi tipo di professione. In queste condizioni ad essere svantaggiata, ancora prima che la lavoratrice o il lavoratore genitori, è la vita familiare, no? Ugualmente un lavoro che implichi molti spostamenti o lunghe presenze in ambienti lavorativi diversi (ed in questo senso intendo proprio riferimenti a spazi fisici), possono creare problemi alle persone diversamente abili, i quali invece, lavorando da remoto e dal proprio ambiente creato a misura per le proprie esigenze possono esprimere al cento per cento il proprio potenziale. Al momento due delle mie otto collaboratrici lavorano da casa per esigenze familiari, io non ho nessun appunto da fare sulla loro produttività, anzi per certi versi, visto che loro si sentono quasi privilegiate dalla mia scelta di questo tipo di prestazione (perché purtroppo in Italia quello che è ragionevole è troppo spesso ancora una conquista), e quindi sono anche migliorate in termini di perfomance. Noi dobbiamo guardare la realtà: il mondo del lavoro in Italia, ma anche in gran parte del cosiddetto Occidente ultracivile è pensato e diretto dagli uomini, possibilmente bianchi, normodotati e con un alto grado di istruzione. Adesso io non voglio assolutamente lasciare passare l’idea che il mondo on line e le professioni che grazie ad esso sono sorte e si sono sviluppate siano alla portata di tutti, perché al contrario, sono per pochi e necessitano di alta formazione, per di più costante, e di molte doti personali innate, perlomeno per essere fatte secondo gli standard che io esigo, ma di sicuro per tutto quello che abbiamo detto prima sono decisamente una grande chance, ed una chance che, oltretutto, dieci anni fa non esisteva affatto.

 

Ecco proprio questo mi porta ad un’altra domanda che pensavo di farti: credi che in Italia la forza del web, dal punto di vista commerciale e strategico, sia stato finalmente ben compreso dalle imprese?

Da questo punto di vista, siamo ancora un po’ ritardo, però non posso negare che negli ultimi 3 anni anche nel nostro paese siano stati fatti degli enormi passi in avanti in questo campo. Oramai anche le piccole e medie imprese hanno perfettamente capito che la presenza on line sia necessaria e molto fruttuosa in termini di vendita. Inoltre hanno compreso, finalmente, che la presenza on line deve essere gestita da un professionista, perché una presenza virtuale mal gestita o peggio ancora gestita da una persona non adeguatamente formata, può essere ben più nociva del non esserci proprio on line. Vorrei però concludere il ragionamento che prima facevo sulla maternità. Ecco anche nel 2017 è possibile che dopo una maternità la donna si allontani per scelta o per vergognosa necessità del mondo del lavoro per tre, cinque o anche fino a dieci anni. E’ del tutto evidente che per le caratteristiche deliranti del mondo del lavoro attuale, un lavoratore che ne è fuoriuscito per così tanto tempo sia difficilmente ricollocabile e questo anche per l’enorme impatto che la rutilante innovazione tecnologica ha praticamente in tutte le professioni, non solo in quelle on line. Io che sono molto coinvolto nella gestione del personale, posso tranquillamente dire che dopo tanti anni di stop, soprattutto se “forzato”, molte professioniste si trovano anche oggettivamente nella difficoltà di non sapersi più definire nelle proprie stesse competenze, soffrono di carenza di autostima, sono spaesate. Ecco anche in questo il lavoro da remoto rappresenta un’ottima opportunità.

 

Più in generale, invece, qual è Andrea la tua opinione sui Social Media?

Per me, e credo che non potrebbe essere altrimenti, sono una grande opportunità. Questo non solo per quanto dicevamo prima, ossia per la grande creazioni di nuovi posti di lavoro, eventualmente operabili anche da casa, ma anche perché rappresentano per me un potente mezzo di emancipazione in genere. Sono una grandissima cassa di risonanza senza filtri. Mi spiego meglio. Immaginiamo un qualunque lavoratore che abbia subito un torto dalla multinazionale o dal semplice datore di lavoro con il quale collabora. Fino a pochi anni fa la comunicazione e l’eventuale definizione dei propri diritti passava attraverso eventuali sindacati, avvocati, se ce ne fossero stati gli estremi e la rilevanza il passaggio sulla carta stampa, ora grazie ai social, ognuno può comunicare direttamente. Senza intermediari. Questa è un’opportunità imperdibile e fortissima che, probabilmente, non si è intuita ancora al 100%. Inoltre un altro aspetto è quello che il mercato del lavoro per alcune posizioni è diventato del tutto globalizzato, decuplicando di fatto le opportunità. Oggi senza alcuna difficoltà un italiano può lavorare per una multinazionale che so cinese senza neanche doversi muovere da casa propria. Però chiaramente questo continuerà ad accadere o ad accadere ancora in misura maggiore e più fruttuosa se i social diventeranno dei veri mezzi di comunicazione anche di contenuto alto e senza esibizionismi inutile e senza, sopratutto, ipersessualizzazioni. Ecco questo è un rilievo che voglio assolutamente fare: molte ragazze con ambizioni da velina o da avanspettacolo anche se nella vita fanno tutt’altro, non si rendo no conto del danno che creano a se stesse, chiaramente, ma anche a tutte le altre donne, pubblicando immagini discinte ai limiti del soft porn senza senso. Anche per gestire un social personale ci vuole intelligenza e, soprattutto, buon gusto e rispetto di se stessi e della propria audience.

 

Cambiando parzialmente argomento, vorrei chiederti, Andrea, la tua opinione sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, i cosiddetti bot, nel customer caring.

Io ne ho un’opinione molto negativa, lo dico senza mezzi termini. Per me è di tutta evidenza che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale possa rappresentare più un problema che una risorsa. Questo per due aspetti, principalmente. Il primo è che per il lavoro rappresenta una parte fondamentale della vita sociale di ogni uomo (intendo dire essere umano): questo non solo perché chiaramente è produttivo di onorari, e quindi ti autonomia dal punto di vista economico, ma anche perché tramite il lavoro noi interagiamo con altre persone e creiamo relazioni che vanno oltre lo stretto ambito lavorativo. Miglioriamo noi stessi e gli altri e pertanto l’intera società con queste relazioni. I bot tecnicamente possono anche essere comodi, perché offrono, ad esempio, la possibilità di un customer service altamente perfomante h 24 ma eliminano anche posti di lavoro e limitano la possibilità di un rapporto realmente diretto tra il consumatore ed un altro essere umano che possa parlare in nome e per conto dell’azienda. Spersonalizzano, insomma, la rappresentazione dell’azienda. La perfezione a cui se ben progettata, potrebbe arrivare l’intelligenza artificiale è appunto tipica del mondo delle macchine ed è, anzi quanto di più lontano dalla realtà che è fatta di uomini, del tutto imperfetti, ma in grado di realizzare relazioni empatiche, molto più costruttive di risposte tecnicamente ineccepibili e per paradosso anche più performanti in molti casi. Non è per nulla detto, a mio parere, che la fredda perfezione performativa faccia bene alla vita aziendale. E seppur facessero bene all’azienda (cosa che io non ritengo per nulla dimostrata) noi non possiamo e per me non dobbiamo fondare il nostro mondo sulle mere esigenze aziendali. Tutte le aziende hanno bene o male le stesse esigenze e lo stesso funzionamento. Si basano su di un rapporto virtuoso, per dirlo con l’accetta, chiaramente, tra fatturato-margine-flusso di cassa. Questi però non possono essere gli unici punti di riferimento e, temo, che l’intelligenza artificiale si basi invece proprio sulla rispondenza a queste linee guida, e muovendosi inoltre su binari di sviluppo meramente ingegneristico e non etico.

 

Vorrei adesso parlare un po’ più di Te come persona e della Tua formazione che non è chiaramente nata con la comunicazione digitale, così, come del resto le Tua professionalità non è nata in questo settore ma ci si è spostata. Mi racconti qualcosa a questo riguardo?

I social e la comunicazione digitale sono chiaramente un portato recente, a tutto condire degli ultimi dieci anni. La mia è stata una formazione universitaria molto più convenzionale e tradizionale, così come i miei primi incarichi che erano di tipo manageriale. Mentre però svolgevo queste diverse professioni e questi diversi ruoli, per di più in paesi molto diversi da loro e sicuramente dall’Italia (sono stato infatti prima in Kazakistan e poi negli Stati Uniti per due realtà aziendali molto diverse tra loro), mi incuriosiva lo sviluppo di questo mondo quasi totalmente inesplorato. Soprattutto in Europa, specialmente in Italia. I social, la rete erano territori quasi del tutto inesplorati di cui, quasi sin da subito negli Stati Uniti, dove del resto sono in maggior parte nati, si intuiva il potenziale deflagrante. Per me questa era una tentazione troppo forte, sono molto curioso, in una maniera smodata. Mia madre mi racconta che sin da piccola le davo il tormento chiedendole il perché ed il percome praticamente di ogni singola cosa nuova che vedessi durante la giornata. La vita in Kazakistan mi aveva stancato e sfibrato, del resto stiamo parlando della fine degli anni ’90 e quelle regioni erano ancora molto estreme, per non dire pericolose. Così decisi di tornare in Italia e di tornare a studiare e optai per un Master in SDA Bocconi sulla ‘Business Intelligence’, allora davvero agli albori. Grazie a quel corso diventai il Marketing Manager dell’IBM. Chiaramente il mio lavoro si svolgeva principalmente in contatto con gli Stati Uniti e con i colleghi che materialmente erano lì, dove del resto anche io ho trascorso alcuni periodi di vita in quel momento professione. Negli USA già dal 2004 molti social iniziavano ad avere successo e, in particolare, Linkedin che tutti i miei colleghi usavano più che quotidianamente. Io che invece lo usavo poco me ne incuriosii e da lì non ho più smesso e subito capii che era uno strumento potentissimo che poteva farti entrare in contatto con il più grande database di contatti professionali mai esistito. Ne sono rimasto folgorato. Tutt’ora credo di essere l’utente italiano e forse europeo con più contatti. Sono anche un “linkedin specialist”, faccio formazione da anni su come usare in modo smart e produttivo questa piattaforma. Ho svolto questi corsi che tutt’ora mi vengono richiesti per più di mille aziende.Anche se non è che Linkedin mi ami tantissimo: io, del resto, insegno ad usarlo senza spenderci neanche un euro! Dal 2004 posso dire che il mio amore per i social non è mai sopito, o, più che altro, il mio studio dei social media che per me, sostanzialmente, non sono altro che un mezzo come altri (al momento di preminenti interesse e pervasività) di studiare l’evoluzione della società contemporanea.

 

No, direi che non si è fermato affatto, visto che nel 2014 se non sbaglio, hai creato SMM Day IT. Mi spieghi in due parole come ti è venuta questa intuizione e cosa sia in effetti questa giornata di networking? E, infine, come venne accolta l’idea quando la presentasti la prima volta?

Parto dall’ultima parte della tua domanda, Daniela. Venivo guardato come un alieno, ma non scherzo. Eppure dopo aver vissuto per tanto tempo in una realtà professionale fatta di relazioni con le multinazionali volevo, anzi i miei collaboratori ed io volevamo, impedire, in un certo senso, che anche in questo settore si creasse uno stradominio delle major che si erano a punto già belle e create. Volevamo creare un punto di incontro, di scambio, di formazione non convenzionale, snello nel suo svolgimento, dinamico, concentrato e soprattutto concreto. E, non ultimo, anzi come primo aspetto non volevamo ci fossero i vendor. Non volevo che fosse il responsabile Facebook a parlare di come utilizzarlo, e come investire nella maniera che ottimizzasse meglio il risultato. Volevamo creare uno scambio tra pari livello: io gestisco la comunicazione della mega impresa X ma posso facilmente insegnare qualcosa di concreto a te che gestisci i media di un negozio, anzi in realtà non devo neanche insegnartelo, io ti parlo di quella che è la mia storia o di un aspetto specifico della mia competenza che ho utilizzato in quell’occorenza specificissima. E poi in un solo giorno volevamo dare un format nuovo e, dal nostro punto di vista, più efficace. Anche chi vuole e può economicamente investire in formazione, lavorando non può di certo concedersi il lusso di inseguire per tutta l’Italia la decina di persone che gli farebbe piacere ascoltare o meglio ancora conoscere. Nel SMMdayIT noi proponiamo 16 contributori tutti, devo ammetterlo, di un livello molto alto (il fiore all’occhiello dell’ultima edizione è stato, tanto per dirne uno, il Direttore dell’ANSA), che parlano per 30 minuti e che dopo si rendono disponibili a domande pubbliche e dirette; ma, poiché la giornata prevede anche due momenti di networking oltre che il break pranzo, nulla vieta che chi è presente parli con i contributori, anzi questo è parte dei nostri intendimenti. E questo senza tacere che anche tra gli stessi partecipanti alla giornata c’è ampio modo di creare rapporti di amicizia, di networking e soprattutto professionali con persone che per essere lì sono chiaramente operatori del settore.

 

E questo nel mio piccolo posso testimoniarlo anche io. Personalmente ho partecipato alla seconda edizione, che si svolgeva come adesso, del resto nell’Auditorium del Sole 24 a Milano. Ebbene da quel giorno ho guadagnato due amici, Rudy Bandiera e Riccardo Scandellari, che ha contribuito in modo massiccio alla mia formazione professionale ed ai quali devo decisamente gran parte di quello che so dei social e, soprattutto, ho cambiato una parte rilevante della mia vita. Non so se te ne ricorderai, ma durante quell’edizione parlaste di Andrea Boda, all’epoca Bimbo Alieno, bene io già lo conoscevo e già sapevo molto della sua enorme professionalità, ma dopo quell’inciso ho deciso di contattarlo direttamente e dopo alcuni mesi è diventato il mio consulente finaziario.

Beh cara Daniela, non ti nego che proprio questo è quello che io ambivo a creare con il SMMdayIT: formare, certo, ma anche implementare indirettamente competenze. La nostra non è strettamente una giornata di formazione, quindi chi ha necessità di questo deve poi rivolgersi ad altro tipo di eventi. Chiaramente mi fa solo piacere che tu abbia scelto Rudy e Riccardo che conosco e stimo da tanti anni. Ma è proprio il potenziale creativo di legami, di connessioni che ancora mi entusiasma del SMMdayIT. Nella mia idea, il SMM Day deve essere un’esperienza totalizzante di cui intercettare tutto molto rapidamente e dinamicamente. E credo che tu abbia colto perfettamente lo spirito di questa nostra iniziativa. Grazie per avermene parlato!

 

Figurati, è per me davvero un bel ricordo. Ma torniamo ai social cosa sono per te, alla fine di questa lunga chiacchierata?

Come ho più volte detto sono una grande opportunità. Di crearsi un lavoro quando magari non si sa più dove orientarsi, per di più in presenza di un grandissimo numero di piccole e medie imprese che solo ora in Italia si stanno rendendo conto dell’assoluta necessità di ben gestire la propria presenza on line. Ma c’è di più: anche per le singole persone, i social sono uno strumento molto più potente di quanto non si riesca a percepire della rappresentazione di se stessi. Noi dobbiamo autonomizzarci dal diktat delle aziende che gestiscono i social e pensare a noi stessi come a tante piccole testate on line, anche se magari parliamo solo di noi stessi e di futilità. Però i social, qualsiasi sia  la professione che svolgiamo, può essere usato come strumento di personal branding.

 

Se ti va dimmi di una donna che consiglieresti di tenere d’occhio sui social.

Bella domanda! Consiglio, però, senza esitazione Ilaria Bidini. Lei è una ragazza eccezionale, senza alcun dubbio. Una donna, ma anche affetta da disabilità che racconta senza pietismi o clamori, in uno storytelling che non è narrazione ma che è la sua vita per come la vive lei e per come lei la sa rendere lieve. Ecco alcuni giorni fa, Ilaria ha subito un grave lutto: è mancata la sua mamma. Credo quindi che esserle vicini anche solo virtualmente in questo momento difficile e delicato della sua vita, sia un bel segnale. Al di là di questo apprezzo Ilaria anche solo dal punto di vista professionale. Credo che lei abbia creato e gestito la propria Community in modo molto femminile, dimostrando appunto tutto quello che io credo sulle particolari capacita che le donne dimostrano in questo campo. Per conoscerla senza nessun filtro, consiglio di guardare la video intervista che un po’ tempo la le ha dedicato Fanpage. Ilaria leggeva i più feroci commenti che gli haters le avevano riversato ed in cui si facevano perfino beffe della sua condizione personale. Ecco, questo è un aspetto che odio dei social e di cui vorrei parlare.

 

Prego, Andrea. Dimmi, anche perché quasi pensavo che tu non vedessi negatività nei social media.

No, no per me ce ne sono eccome e rischiano quasi di compromettere tutto il buono che già producono e tutte le pressoché infinite potenziali che i social potrebbero concretizzare. Intanto i social sono diventati la terra del pressappochismo e il terreno più fertile per la voglia di criticare più estrema. Una critica che  troppe volte è priva di contenuti, oltretutto, mache esprime solamente più vuoto odio per la diversità: in quel caso i social sono solo strumento di sopraffazione.

Oltretutto proprio a causa dei meccanismi in forza dei quali praticamente tutti i social funzionano, non conta affatto per la visibilità il contenuto diffuso, ma solo quante volte viene visualizzato e quanto si produce. Visto che per estremo paradosso sono spesso degli incompetenti a parlare di più e di tutto in modo indiscriminato, soprattutto di quello che non conoscono e a volte perfino non comprendono, i social da potente strumento di comunicazione posso diventare un grave problema. I competenti parlano poco, e visto che a questi nuovi mezzi di comunicazione accedono davvero un po’ tutti, spesse volte, preferiscono (in un certo senso anche giustamente) non utilizzare i social per veicolare il loro sapere. In questo momento, quindi, corriamo il rischio che a vincere sia chi comunica semplicemente di più ed in modo più arrogante, al di là anzi spesso proprio nonostante i contenuti che diffonde e la loro deprecabilità. Questo per me  è un tremendo vulnus del sistema, che non credo neanche si stia ben individuando ed arginando. Ed è un doppio male, perché in numerosi casi storici ma anche nella più rilevante quotidianità i social si sono sostituiti e si stanno sostituendo ai mezzi di comunicazione ed informazione tradizionali. E questo passaggio deve essere regolamentato. Altrimenti rischiamo, se non è già successo, che Facebook possa distruggere le cosiddette “elite di pensiero”, e che nella comunicazione on line vinca sempre il più becero e non il più competente. Non vorrei che si arrivasse al paradosso che i social divenissero un luogo discriminatorio e ghettizzante per le persone colte.

 

Ammetto di essere molto meravigliata, come concili queste tue convinzioni, peraltro tanto negative quanto condivisibili, con tutto quello che ci siamo detti finora e con tutta la tua stessa vita professionale?

Io trovo che non ci sia affatto una contraddizione in questi due modi di vedere i social, perché del resto non credo neanche di aver scoperto nulla, mi limito solo a riflettere su quello che tutti noi siamo costretti ogni giorno a poggiare lo sguardo. Indubbiamente i social rappresentano già oggi un ottimo strumento per il business e del business oltre a creare nuovi posti di lavoro che prima semplicemente non esistevano. Ma per il resto presentano numerosi pericoli che hanno una ricaduta immensa sulle vite reali delle persone reali (e non serve scomodare il caso doloroso ma forse meno estremo di quello che pensiamo di Tiziana Cantone), e anche a cambiare la mentalità comune e la cultura diffusa. Ed è proprio anche per questo che ho voluto creare tre anni fa, un osservatorio su questi complessi fenomeni, completamente in divenire: il Centro di Competenza permanente social e digital con sede a Milano, all’interno della filiale principale della città dell’Unicredit.

 

Di cosa si tratta?

Semplicemente è un osservatorio live che non parte da preconcetti o tesi precostituite ma ogni giorno osserva e riporta negli incontri mensili, mediamente organizzati per tematiche. Incontri con relatori di rilievo del settore e non solo e del tutto gratuiti.

Il nostro scopo e guardare la realtà, studiarla, comprenderla e se è possibile contribuire a migliorarla, perché i social siano solo e comunque strumenti di costruzione e non luoghi di odio.

 

Grazie mille Andrea, sono davvero orgogliosa dell’opportunità che hai dato a me e a sukonna.org, e a tal proposito, qual è la tua “ragazza perfetta”?

La mia ragazza perfetta è Scarlett Johansson, non solo per la sua bellezza che non è poca, chiaramente. Ma anche e soprattutto per le sue capacità di attrice e trasformista, e per la sua capacità di comunicare il proprio impegno. Un vero esempio per molte ragazze che invece scelgono, svalutandosi, di puntare solo sull’aspetto esteriore.

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